Coltivare
a lungo forme di risentimento e rivendicazione non è mai una buona idea. Può
sembrarlo, all’inizio; può apparire coerente e addirittura dignitoso mettere i
puntini sulle i e non mollare l’osso, ma non lo è. A un certo punto, dobbiamo
essere capaci di lasciare andare, di voltare pagina, di rimettere il peccato al
peccatore, qualunque sia il danno percepito. Giacché il rovescio della medaglia
del nutrimento del rancore è la sofferenza, puntualmente rinnovata, che la
nostra mente genera. Un’inutile prigionia. Disse Buddha: trattenere il rancore
è come bere veleno sperando che uccida il nemico.
Esercizio: mettete una goccia di olio
essenziale di timo in bocca dicendo: questo è il mio rancore.
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